Non esiste il giornalismo neutro, anzi quella del giornalista (nobile professione se fosse fatta a dovere) dovrebbe per definizione essere una visione di parte e dichiararta apertamente. Il fotografo, ad esempio usa il suo obiettivo per selezionare un solo attimo, escludendo così tutti gli attimi precedenti e successivi. Fa una scelta insomma e la fa in base ad i propri valori, alle proprie convinzioni ed ai i propri istinti. Il giornalismo è la stessa cosa. Un reporter scrive ciò che i suoi occhi vedono e legge i fatti in base alle proprie convinzioni. Cosa c’è di strano in questo? Nulla. M’infastidisce invece, perché grondante d’ipocrisia spicciola, la tesi di chi suppone che il giornalista debba essere neutro, obiettivo, imparziale. Balle!! Mai una dichiarazione di tal fatta è stata più falsa. Se sostenuta in buona fede, è sintomo d’inconsistenza , se invece, come spesso accade, è sostenuta in malafede cela in se un tratto autoritario, demagogico e pertanto pericolosissimo. Non a caso i grandi esempi di giornalismo italiano rivendicavano la propria parzialità e dunque obiettività. In fondo, rivendicarla vuol dire affermare la propria libertà d’espressione, principio costituzionale cui nessuno può attentare. Il problema invece è che si confonde il ruolo del giornalista con quello dell’addetto stampa. Figura questa che non può che essere la voce del padrone. Quando la maggior parte dei giornalisti sta sul libro paga di qualcuno, si crea un corto circuito tra il ruolo dell’addetto stampa e quello di giornalista. Inevitabilmente verrà usta la penna per amplificare il concetto espresso dal capo. Quando poi si fa passare il principio che quella dell’addetto stampa è la neutralità, si compie una operazione sporca. L’esempio più eloquente lo abbiano avuto ad agosto a proposito della infame guerra di Libia. Come si è avuto modo di osservare, la maggior parte dei giornali e delle tv ha descritto la guerra di aggressione alla Libia come una “guerra umanitaria” (l’ennesima peraltro dopo Kosovo, Irak, Afganistan) descrivendo quei fatti dalla sola angolazione imposta dai poteri e paesi (tutti rientranti nella Nato) che hanno pianificato ed attuato quella aggressione. Ci vuole maestria mista a malafede per descrivere le bombe che cadono sugli ospedali come bombe buone, o i morti civili come “limitati effetti collaterali”. Ma tant’è: si chiama propaganda! Portare l’opinione pubblica a ritenere quella decritta come l’unica verità sottacendo invece la verità dell’aggredito, è l’operazione culturale pericolosamente autoritaria e si chiama con un nome proprio: propaganda. Viviamo in quest’epoca, in cui la menzogna serve al potere per costruire consenso;è una epoca in cui l’unica visione offerta è quella del potere, dunque di parte, ma si dica che è di parte. Criticare, contestare, svelare e sfottere il potere (anche con una vignetta) non è vietato, ne può diventarlo tanto più per un giornale di provincia, che per sua natura deve offrire alla comunità una visione diversa delle vicende cittadine.
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